VALENTINA RONCOLETTA: QUANDO L’ABBANDONO DIVENTA NUOVA VITA

Attraverso le sue fotografie Valentina Roncoletta fissa nel tempo immagini di un passato perduto. Queste rappresentazioni nascondono tuttavia da processi di ricerca, studio e sperimentazione che valgono la pena essere raccontati, in quanto potrebbero passare inosservati a prima vista.

Valentina si avvicina al mondo dell’Urbex e della fotografia nel 2011, quando visita il suo primo posto abbandonato, la Corderia di Viserba. “Mi sono appassionata alle foto scattate da altri urbex in America.” – spiega – “In quel periodo abitavo proprio vicino alla Corderia, perciò ho deciso di prendere la macchina fotografica e buttarmi in questa nuova avventura”.

“Dopo quell’esperienza, lo scattare foto in luoghi abbandonati per me è diventato come una droga, non riuscivo a fermarmi.” – continua – “Non è solo tutta la fase di ricerca del luogo perfetto che mi affascina, ma anche l’adrenalina che provi nell’entrare in ville abbandonate lavorando in posti che possono essere anche pericolosi e precari”.

Valentina racconta come il primo step si basi proprio sullo studio dell’edificio, della sua storia al fine di entrarci in sintonia e capirne i punti di forza. Una volta arrivati sul luogo è importante cercare un modo per entrarci senza violare il posto stesso, facendo attenzione anche agli ostacoli fisici, come ad esempio possibili crolli del soffitto o del pavimento.

“Mi sono trovata in situazioni in cui sentivo la casa tremare sotto i miei piedi ad ogni passo. Ma è anche questo il bello, la sfida che si ha con sé stessi, nell’affrontare le proprie paure ed i propri limiti, nel capire fino a che punto ci si può spingere. Inoltre, queste situazioni di precarietà ti stimolano ad acquisire un maggiore controllo della macchina fotografica”.

All’interno dell’edificio, poi, avviene la vera e propria fase creativa, la ricerca dell’immagine perfetta: “Ultimamente sono molto concentrata sulle simmetrie e le geometrie delle architetture e degli oggetti all’interno delle abitazioni, come ad esempio i dettagli di una stanza che si riflettono in uno specchio. Quello a cui punto è sempre la particolarità del soggetto, quel qualcosa che dia un sapore diverso all’immagine, che raccolga l’essenza del posto. Quando fotografo non sposto nulla, non modifico l’ambiente perché ne cambierei il volto. Si tratta anche di una forma di rispetto verso quegli oggetti antichi che al momento sono lì, davanti a me, ma che domani potrebbero non esserci più”.

Ed è proprio dal rispetto di questi luoghi antichi che nascono alcune delle sue immagini più belle, come ad esempio quella della culla colpita dai raggi di sole che filtrano dalla finestra. “Dalle fotografie di luoghi abbandonati molte persone percepiscono solamente malinconia. Per me non è lo stesso, anzi. In quella culla ci ho visto una storia, uno scorcio di un passato che non c’è più ma che proprio grazie alla fotografia ha modo di riprendere vita”.

Alcuni dei progetti di Valentina saranno esposti nella sua prima personale dal titolo Abandoned Tales, che inaugurerà il 4 ottobre presso lo Speak Space a Rimini. “Le storie che racconto attraverso le mie fotografie” – spiega – “non sono storie tristi. È vero che ritraggo luoghi abbandonati ma non per forza l’abbandono deve essere sinonimo di mancanza. Anzi, la sfida che ogni volta mi si pone davanti nel capire un posto, i suoi oggetti e la sua storia  è un qualcosa che parla di crescita. Solo attraverso la comprensione delle cose, del loro esistere e del loro perché arrivi a superare i tuoi limiti, preconcetti o paure che ruotano attorno ad un determinata visione del mondo e a ridare un nuovo valore a ciò che ci circonda”.

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