BENEDETTA BARTOLUCCI: MENO SPLEEN E PIU’ SPLENDOR A REDVILLE

Ciao Benedetta, grazie per la disponibilità. Partiamo da una domanda classica. Come hai iniziato, quale è stato il tuo percorso?

Ciao, grazie a te per questa intervista. Sono una grafica, art director e visual artist. Ho iniziato fin da piccola scarabocchiando, disegnando in casa con mia mamma. Poi ho passato molti pomeriggi a dipingere insieme a mio nonno. Ho ereditato i suoi cavalletti, i colori ad olio e le tele. Da adolescente mi sentivo molto vicina alla pittura di Kandinsky, e mi reputavo una pittrice astrattista. Non so bene se fosse un modo per giustificare il mio segno poco accademico o semplicemente perché amavo la sua ricerca artistica che indagava tra pittura e musica e tra inconscio e improvvisazione. Ad ogni modo di pari passo alla pittura c’era anche la passione per la musica e il disegno digitale, la grafica. Dopo il liceo scientifico sono stata ammessa all’ISIA di Urbino, dove mi sono laureata in Progettazione Grafica e Comunicazione Visiva. Ho iniziato a lavorare fin da subito in uno studio grafico a Fano, la mia città. Un anno dopo mi sono trasferita a Milano, dove vivo e lavoro oggi

Redville è il tuo pseudonimo su Instagram e anche il nome del tuo sito internet. Che cosa significa?

Redville è nato nel 2006, letteralmente come contenitore di tutto quello che producevo. Ho sempre amato l’accostamento cromatico rosso-nero-bianco, che è stato molto presente nella mia produzione degli anni passati. Al punto che per dare un nome a tutto questo ho pensato di chiamarlo proprio “paesino rosso”. Me lo immaginavo davvero come un costrutto architettonico, bianco, nero, rosso, i palazzi e un hotel altissimo in prossimità del lungomare, c’erano anche dei pontili e il molo sul porto, rosso chiaramente, e io che accatastavo quadri, geometrie e scarabocchi qua e là… Te l’ho un po’ romanzata ma è andata all’incirca così. 

La tua produzione è molto eterogenea e ti occupi di diversi settori, come comunicano ed interagiscono fra di loro?

Di base è una lotta continua. I due grandi emisferi del mio percorso creativo si sono fatti battaglia per anni. Da una parte c’è l’io progettista e dall’altro c’è l’io artista. La razionalità di un percorso progettuale VS la pura improvvisazione e l’istintività. Non è stato semplice e non solo dal punto di vista della produzione finale. Per mia fortuna tendo ad abbracciare le sfide: lavoro e ho lavorato per molti committenti diversi e su progetti poco affini tra loro, dalla discografia alla televisione, dall’editoria al poster design, dallo storyboard al video, dal 3D al wrapping, dal packaging all’allestimento, dal visual agli interventi urbani. Di pari passo c’è sempre la pittura, le performance di live painting e il collage. Sento che quasi tutto questo è stato utile, spesso vissuto come una lotta, che è ancora in atto, ma accettare le sfide è un modo per continuare a cercare, prepararsi e conoscersi. Ho abbracciato la lotta

Una delle tecniche che utilizzi maggiormente è il collage. Come ti sei avvicinata a questo mondo e che valore ha per te a livello artistico?

Ho iniziato a “giocare” attivamente con il collage mentre studiavo all’ISIA. Era un metodo per farci fare tabula rasa dei nostri “stili”. Trovo molto affascinante la carta, e più precisamente la carta stampata, le pagine di riviste, vecchi libri e quotidiani. Amo la sua fruibilità e il fatto che sia un oggetto con una memoria propria perché tende a deteriorarsi ma non senza esercitare uno sforzo, una resistenza.
Del collage mi interessa forse principalmente il lavoro sulla materia, il colore degli inchiostri stampati, le trame, le geometrie delle immagini che mi capitano tra le mani. Mi piacciono gli strappi, che poi “colleziono” e cerco di utilizzare e rimodulare a seconda di quello che sto visivamente inseguendo. Incollo, stratifico, aggiungo o tolgo di nuovo. Vorrei riuscire a utilizzare il collage come fossero delle pennellate, è un lavoro un po’ maniacale forse. Ma è la mia idea (medium) di pittura contemporanea.
 

“PISCINA”, Collage+Mix Media, 2016, © Benedetta Bartolucci | REDVILLE

Ultimamente è diventata famosa il tuo iconico volto femminile tagliato Spleen and splendor. Qual è la sua origine e cosa rappresenta? 


Lavoro molto spesso su immagini di ritratti, di volti umani, a volte sono la base da cui parto anche durante le mie session di live painting. Ma questa volta avevo bisogno di qualcosa di ancora più personale. Ho scelto una mia fotografia. Quel volto è il mio.  Stavo cercando una metafora che rendesse in maniera ironica questa idea di Inno alla bellezza: una disperata ricerca del Bello e Sublime e la sua controparte malinconica, di malessere e rifiuto, sia interiore che esteriorizzato. Ho sentito che le due cose si rincorrevano, contrapposte, come uno yin e yang. L’uno non esisteva senza l’altro. L’unica soluzione era scindere. Recidere. Sezionare. Svuotare. Eliminare alla fonte. Ad esempio, eliminando la vista stessa, che è una risposta chiaramente iperbolica perché così facendo togli di mezzo tutto quanto, sia il bello che il brutto. Se fossi in una tragicommedia potrei esclamare: “Sì, mi sono cavata gli occhi per non vedere, ma ora ci intravedo!”, e sempre scherzando ne è nato un gioco di parole, che potrebbe essere quasi un mantra pubblicitario: “MENO SPLEEN, PIÙ SPLENDOR”.


“SPLEEN SPLENDOR”, Street Paste-up, 2020, © Benedetta Bartolucci | REDVILLE

Sei attivamente impegnata nel sociale. Quali sono le battaglie che ti stanno più a cuore e come si traducono sul piano artistico?


Ho avuto il piacere di partecipare ad alcuni progetti di CHEAP (Street Poster Art Festival) potentemente improntati su tematiche sociali che mi stanno a cuore. Primo fra tutti direi l’intervento urbano di Miss Me su Viale Masini (Autostazione) di Bologna dove ho lavorato alla progettazione dei 32 manifesti tipografici di claim femminista FUCK YOUR JUDGMENT, TACI, ANZI PARLA, I DIDN’T CAME FROM YOUR RIB, YOU CAME FROM MY VAGINA e tanti altri, incentrati sul tema della riappropriazione femminista di spazio e di parola nel contesto pubblico e della lotta contro la violenza sulle donne. Oltre ad essere stato un progetto di fortissimo impatto visivo, credo abbia contribuito a sensibilizzare e ispirare molte persone, soprattutto i giovani. Poi mi sento di citare anche il progetto I CONFINI UCCIDONO. DOVREMMO ABOLIRE I CONFINI? di Tania Bruguera con Atlas Of Transitions, sempre sotto la direzione artistica di CHEAP. In questo caso il tema sul “confine” si è esteso, non solo al delicato momento storico che sta attraversando il Mediterraneo con le migrazioni di popoli, ma anche al confine di razza, genere, lingua, cultura, quindi una rivendicazione in primis di libertà e di eguaglianza.

© CHEAP Street Poster Art Festival, Photos: Michele Lapini

Qual è il tuo processo creativo? Da cosa trai solitamente ispirazione ?


Non seguo un processo creativo prefissato o a schema, non ho nessuna formula magica. L’ultimo quadro che ho dipinto ad esempio è nato da un sogno. Il paste-up di SPLEEN SPLENDOR da una presa di coscienza a seguito di una delusione. Molti disegni sono il frutto della stratificazione quotidiana di appunti, pensieri e scarabocchi nei miei quaderni. Probabilmente la risposta più onesta è che traggo ispirazione da esperienze di vita. Poi, per motivi di curiosità e di lavoro, esiste anche una dose abituale di voracità nella ricerca di immagini di qualsiasi tipo, e anche questo aiuta molto l’ispirazione.

Ci sono dei progetti ai quali sei particolarmente legata e perché? Invece, quali sono I tuoi progetti futuri?


Ho una lunghissima lista di cose che vorrei fare ma va trovato il momento giusto…
Sicuramente mi piacerebbe dare un seguito a FACE, l’ultima esposizione di dipinti mix collage che avevo portato a Bologna qualche anno fa, probabilmente in una versione più variegata, a livello di produzione e di live performance. Ma nell’immediato continuo a pensare a possibili scenari per SPLEEN SPLENDOR: è un progetto ancora molto “giovane” e in fase di mutazione, credo che uno dei suoi punti forti sia la contaminazione e per questo sto aprendo la strada a delle collaborazioni.  


“FACE”, Serie, Collage+Mix Media, 2017, © Benedetta Bartolucci | REDVILLE

Se dovessi dare un consiglio ad una te più giovane o a qualcuno che da poco ha iniziato ad approcciarsi al mondo dell’arte, quale sarebbe? 


Sull’approccio al mondo dell’arte purtroppo non posso dare nessun consiglio, però posso dire una cosa a chi, più giovane di me, sente e vive l’esigenza di esprimersi attraverso l’arte: fate! Fate tutto! Fate tutto quello che sentite di fare. E fatelo perché vi interessa, perché vi stimola e vi fa sentire voi stessi.

Concludendo con una domanda personale: qual è il messaggio che vorresti lanciare e cosa vorresti che la gente recepisse da quello che fai?

 
In realtà non mi sento di essere un modello da seguire. Dietro a quello che faccio non c’è per forza una tesi. Se ne ho possibilità, sono contenta di prender parte a progetti che veicolano dei messaggi, ma questo credo che vada poi oltre il fatto artistico, e sia più una questione di partecipazione alla vita pubblica. Tengo allo stesso modo – e sento affini – anche altri progetti e opere, che inevitabilmente o per coincidenza di cose, intercettano un inconscio collettivo, un presente prossimo, un modus, ma non per forza sento l’esigenza di spiegare. 

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